La lettera, straziante e commovente, di una donna che racconta cosa ha vissuto: “Ho tre figli piccoli che hanno perso il padre – gli dico -, salvatemi”».

La lettera, straziante e commovente, di una donna che racconta cosa ha vissuto: “Ho tre figli piccoli che hanno perso il padre – gli dico -, salvatemi”».

«In questo momento lo farei anche con il diavolo», gli rispondo.

«Ti levo il casco, controlliamo i parametri, finisco il giro del corridoio e torno. Se va tutto bene lo togliamo definitivamente».

Procediamo lentamente, le cinghie per tenere il casco girano sotto le ascelle e lasciano la pelle segnata.

Sento un dolore come se avessi dei tagli, dei lividi. Sono fuori, le lacrime scendono senza che possa controllarle.

Forse l’incubo è finito.

Chiamo i miei bimbi, li tranquillizzo. Non hanno mai visto il loro papà uscire dall’ospedale, immaginate cosa hanno provato sapendomi ricoverata.

Il timore non è però cessato. Mamma e papà sono ancora ricoverati.

Mentre cambiano le lenzuola mi siedo di fianco alla signora del letto vicino.

Ha 72 anni, è sola come me, ha paura di non rivedere figli e nipoti.

Piange dignitosamente nel suo casco, in silenzio, senza arrecare alcun disturbo, senza lamentarsi.

Le prendo la mano, ci supportiamo a vicenda con fragili sorrisi e deboli carezze. Eravamo le preferite del reparto, mai un lamento.

La saturazione scende, mangio seduta tra l’entusiasmo di medici e infermieri per il miglioramento che ho avuto.

È un successo, sono tutti al settimo cielo. Distrutta dai pochi passi mossi torno nel letto e mi riaddormento.

Al risveglio trovo una lettera. L’infermiera del turno precedente mi ringrazia per aver supportato la mia vicina di letto.

Piango commossa. L’ospedale è un mondo parallelo.

Qui dentro siamo diventati come una famiglia, ci supportiamo per non sentirci soli, lottiamo insieme.

Lo smartphone è pieno di messaggi di amici che ti supportano e io mi attacco a ognuno per reagire, per farmi forza e sopportare la devastazione fisica e mentale che sto vivendo.

Nei giorni successivi mi diminuiscono sempre più l’apporto esterno di ossigeno, le forze pian piano tornano e la percezione di quello che accade intorno a me inizia a farsi sentire di più.

Senza la ventola del casco nell’orecchio ora percepisco chiaramente le urla dei pazienti in panico che si strappano le flebo e tutto ciò a cui sono attaccati, i lamenti di dolore, qualsiasi rumore che testimonia la sofferenza.

È surreale.

Il personale medico è in continuo movimento. Rimangono dentro le divise bardati con mascherine senza potersi cambiare tutto il giorno.

Levare la divisa o la mascherina vorrebbe dire doverle gettare e metterne altre.

Ma non ce ne sono abbastanza e quindi sino a fine turno non possono bere, mangiare o andare in bagno.

È il 21 marzo, la pressione è bassa ma i parametri sono buoni. Devo essere dimessa anche se ancora positiva.

I posti sono limitati e devo fare spazio a chi sta peggio. Saluto la mia compagna di stanza.

Mi dispiace lasciarla sola.

Torno a casa, torno dai miei figli. Anche papà e mamma stanno meglio.

Nel corridoio vengo supportata dalla soddisfazione degli infermieri e dei medici.

Esco dal reparto.

L’ospedale è grandissimo ed è deserto. Mi sento piccolissima.

Proseguo lentamente un passo alla volta e raggiungo la statua di Papa Giovanni XXIII.

Faccio fatica a stare in piedi ma rimango ferma lì davanti e prego.

Prego per i malati, prego per i morti, prego per tutti quelli che stanno soffrendo.

Ringrazio nostro Signore e recito l’eterno riposo. Piango, sono finalmente fuori di qui.

Casa. Il mio amico si è rivelato risorsa incredibile.

È lui che mi ha portato a casa, ha curato i miei figli e oggi ci supporta mentre ancora positiva al virus resto chiusa in camera.

Ho un po’ di paura per questo ma cerco di tenere alto il morale. Sembra che il peggio sia passato.

Oggi respiro a pieni polmoni un’aria nuova, quasi mai goduta, ripenso a quanto ho vissuto, alla paura di lasciare i miei figli, alla paura di non farcela ed è inevitabile piangere.

Dobbiamo rispettare le poche regole che ci vengono richieste, facendo così evitiamo il rischio di contrarre la malattia.

Facendo così rispettiamo il lavoro senza sosta di medici, infermieri e personale ospedaliero che rischiano di contrarre il virus per salvare gli altri, che lavorano senza sosta, che non vedono le loro famiglie.

Facendo così rispettiamo tutte quelle persone costrette a uscire di casa e recarsi al lavoro, quel lavoro che porta gli alimenti nei supermercati.

Le medicine agli ospedali e farmacie e altri lavori che non possono fermarsi per necessità della macchina che supporta il nostro paese.

Questa non è una semplice influenza. Tutti possiamo essere contagiati e contagiare.

Sono una donna di 38 anni, vedova da quattro e con tre bimbi piccoli da crescere

Dal web

 

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